venerdì 16 aprile 2021

 

IN CHE COSA CONSISTE LA RICERCA?



OLTRE IL SENSO COMUNE

Il senso comune tende spesso a farsi un'idea semplificata e imprecisa della ricerca scientifica. Sia che pensi al lavoro del ricercatore nel campo delle scienze umane sia che immagini scenari di ricerca in quello delle scienze naturali, l'opinione comune tende a credere che l'attività di ricerca consista semplicemente in una "raccolta" di informazioni che la realtà elargisce spontaneamente. Il buon ricercatore, in quest'ottica, è colui che ha la pazienza e la perspicacia per "cogliere" i dati che la realtà gli offre, per notare i particolari, per individuare gli elementi di interesse (somiglianze, differenze, regolarità) e infine per giungere a formulare affermazioni certe o plausibili. A questa concezione il senso comune ne accosta un'altra, che ha dirette implicazioni sul campo specifico del nostro discorso, ossia quello delle scienze umane. Se fare ricerca significa semplicemente raccogliere i dati che si offrono alla nostra osservazione, ne consegue che ognuno si sente autorizzato a essere competente in merito, essendo i comportamenti umani e sociali costantemente sotto i nostri occhi e certamente più accessibili di molecole, atomi, cellule e pianeti, di cui si occupano le scienze naturali. Molte persone pensano - a torto - di essere buoni psicologi o eccellenti interpreti della realtà sociale, mentre probabilmente nessuno si arrogherebbe il titolo di biologo o di fisico senza averne una competenza specifica.

 

OLTRE IL PARADIGMA POSITIVISTA

Non solo il senso comune, ma anche la riflessione degli specialisti ha talvolta condiviso questa idea semplicistica della ricerca. Nel XIX secolo il Positivismo, l'indirizzo di pensiero inaugurato da Auguste Comte, filosofo francese e padre della sociologia, caratterizzato dall'esaltazione dello spirito scientifico e intenzionato a estendere le procedure delle scienze esatte allo studio della realtà nel suo complesso, teorizzò un'idea del metodo scientifico molto semplice: lo scienziato sottopone a osservazione i fenomeni, individua tra essi re  lazioni costanti e infine formula una legge, cioè una relazione che lega tali fenomeni in modo necessario. Comte riteneva l'approdo a questo tipo di procedura, faticosamente guadagnato dai diversi ambiti del sapere, una conquista dello spirito "positivo", capace in questo modo di affrancarsi da ingenue spiegazioni teologiche dei fenomeni o da astruse costruzioni metafisiche prive di efficacia esplicativa. A fondamento del modello positivista della ricerca stava la fiducia nel processo di induzione - il procedimento logico mediante il quale ricaviamo conclusioni di carattere universale partendo da conoscenze relative a casi particolari, attestati dall'esperienza e nella possibilità di accostarsi ai fenomeni senza disporre di idee o ipotesi preliminari che possano guidare la ricerca In questo senso esso faceva suo l'antico presupposto della filosofia empirista, teorizzato espressamente dal filosofo britannico John Locke: la mente è come un foglio bianco su cui solo l'esperienza può scrivere dei caratteri; nell'accostarsi alla realtà, essa dispone solo di meccanismi formali, con cui accoglie e rielabora i materiali che riceve. La concezione positivista suscitò ben presto opposizioni e perplessità: in particolare, l'idea di assimilare le procedure delle scienze umane a quelle delle scienze della natura fu negata fortemente dai filosofi dello storicismo tedesco, come Wilhelm Dilthey e Wilhelm Windelband, i quali sostennero, con varie argomentazioni, l'irriducibilità delle prime alle seconde. Tuttavia, è nel corso del XX secolo che essa è stata criticata più radicalmente, tanto che ne sono state riviste le premesse di fondo.

Nessun commento:

Posta un commento