giovedì 8 aprile 2021

 

LE ANALISI DELL'INDUSTRIA CULTURALE NEL SECONDO DOPOGUERRA

Nel secondo dopoguerra, ovvero con l'esplosione della società di massa, le riflessioni sulle sue caratteristiche, e in particolare sui modelli culturali in essa imperanti, si fanno più approfondite. Nel 1947 Theodor Adorno e Max Horkheimer, esponenti della Scuola di Francoforte, scrivono a quattro mani il saggio intitolato Dialettica dell'Illuminismo, un testo volto a indagare le degenerazioni del razionalismo occidentale - di cui l'Illuminismo settecentesco è figura emblematica — nella moderna società industriale. Secondo gli autori la ragione novecentesca non è più, come nei secoli passati, lo strumento di dominio della natura, ma si è trasformata in un organo di controllo e di asservimento degli esseri umani, piegati alle esigenze del sistema politico ed economico di cui fanno parte. È proprio in questo contesto che i due filosofi introducono - per la prima volta nella storia del pensiero — il concetto di "industria culturale", caricando però tale espressione di un'accezione fortemente negativa: essi intendono infatti riferirsi al complesso dei prodotti e delle strategie di distribuzione nati dalla colonizzazione economica della sfera culturale, ovvero a quel fenomeno tipico della società industriale avanzata che finisce per asservire la cultura a scopi che le sono estranei: controllo sociale, cattura del consenso, promozione di stili e modelli di vita funzionali a una civiltà consumistica. L'industria culturale — proseguono Adorno e Horkheimer - si avvale soprattutto dei canali della comunicazione di massa (giornali, tv, cinema) e mette sul mercato prodotti standardizzati, qualitativamente mediocri, costruiti in modo da impoverire nel consumatore l'immaginazione e il senso critico, lasciandogli però l'illusione di essere sovrano delle sue scelte e dei suoi gusti. Benché l'industria culturale sia un fenomeno tipico della società di massa, per Adorno e Horkheimer essa non può essere definita "cultura di massa": questo appellativo genererebbe infatti l'erronea convinzione che si tratti di qualcosa che scaturisce in modo spontaneo dalle masse stesse, in opposizione alla cultura d'élite. L'individuo della società di massa, invece, è decisamente eterodiretto (ovvero "diretto da altri", dall'aggettivo greco éteros, "altro"), soggetto passivo di una cultura che non è lui a elaborare, ma che piuttosto lo "crea" a misura dei propri imperativi e valori. Un ridimensionamento della posizione fortemente pessimistica dei Francofortesi viene da parte del filosofo e sociologo francese Edgar Morin con il saggio del 1962 L'esprit du temps  (Lo spirito del tempo), comparso nella prima traduzione italiana con il titolo L'industria culturale. Morin parte dall'assunto secondo il quale la cultura di massa va compresa, più che demonizzata: per questo motivo non deve essere analizzata con le chiavi di lettura della cultura "alta", tradizionale, ma letta "dall'interno", come parte integrante della società in cui viviamo. "Cultura", sostiene Morin, è un termine relativo; in ogni società coesistono più culture: la cultura nazionale, la cultura religiosa, la cultura umanistica, ciascuna delle quali costituisce un corpus di simboli, miti e norme che orientano la vita e il pensiero delle persone. Anche la cultura di massa rientra in questo contesto e interagisce con le altre culture: essa può dunque accogliere in sé i loro elementi, ma anche permearle dei propri contenuti fino al punto di modificarle e corroderle. Benché la cultura di massa non sia l'unica cultura del XX secolo, tuttavia secondo Morin essa ha una prerogativa peculiare: è per sua natura cosmopolita e planetaria, e in questo senso si presenta come qualcosa di radicalmente nuovo rispetto a tutte le altre, ovvero come la prima cultura veramente "universale" nella storia dell'umanità.

 

Nessun commento:

Posta un commento